La simiglianza tra il vero1 e il vetro
non si deve solo a quella t che intrude.
Non siamo solo in un campo d’assonanze o di fonemi apparentati.
La simiglianza,
tra il vero e il vetro,
che a Venezia è identità (vero?), impone all’uno e all’altro trasparenza.
Per questo si suppone trasparenza dica verità, così come menzogna dica opacità.
La verità sembra avere sostanza vetrosa.
E’ trasparenza che lascia vedere,
che lascia transapparire il reale,
ma quella stessa ci impedisce di toccarlo.
Ed è così che la vetrosità della verità diviene fredda, per non dir frigida,
non si può toccare la pelle del reale in transparenza.
Ecco allora chiamato il suono a accarezzarla: è questa l’intuizione che qui si mostra:
un modo sensibile, per non dir sensuale,
di apparentare la visione al suono, necessitare l’una con l’altro,
causare la prima con il secondo e viceversa.
In questa mostra sperimentale e visionaria, il vetro nella sua verità,
(che traduce vetrosità in veneziano),
è messo a confronto con il suono.
Suono che, tradotto in visione si fa spazio, architettura, forma, come insegna Max Neuhaus2.
I lavori che troviamo qui sono pensati
in relazione tra suono e vetro,
in un dialogo vetroso che qui si fa veroso.
Il suono infatti invera invero ‘l vero. oppure, per dirla in italiano,
il suono invetra invetro il vetro.
Giulio Alessandri
1 In veneziano vetro si dice vero.
2 Artista tra i primi a relazionare suono ed arte visiva.
