L'Accademia di Belle Arti di Venezia era presente, con un progetto dedicato, alla 1st VENICE INTERNATIONAL PERFORMANCE ART WEEK, che si svolta a Palazzo Bembo dall'8 al 15 dicembre 2012.
Nella sala C12, al primo piano dello splendido edificio quattrocentesco, si sono alternate le performance, i video e le installazioni di alcuni giovani artisti studenti nella storica istituzione veneziana. 
Il filo conduttore che ha legato l'insieme delle proposte non è stata la centralità della pratica performativa nella ricerca dei giovani autori coinvolti, quanto il senso che questa pratica assume nell'intreccio con le altre tecniche e discipline che determinano il loro percorso formativo.
 
In questa pagina sono raccolti i video documenti di cinque performance realizzate nel corso della manifestazione. Il paziente lavoro di montaggio è stato fatto da Stefano Leoni che, assieme a Anita Ferro Milone, ha anche filmato le opere.
 

Diario di bordo

 
Sabato 8 dicembre, a partire dalle ore 16:30Cristiano Menchini presenta una performance nel corso della quale impasterà più di 50 chili di materiale, per poi lasciar crescere il composto sul proprio corpo per diverse ore. 
L'impasto che nutre è misurato nella previsione di sazietà, ma cosa misura l'impasto se l'impastare viene inteso come l'incontro di due corpi, come un "corpo a corpo"? Corpo impastante e corpo impastato si accolgono reciprocamente lottando, per disciplinarsi a vicenda. Azione, fino allo sfinimento. Poi la stasi. Ore interminabili dove il gesto muta in un controllo immobile, a favorire il destino disegnato unendo in un'unica cosa diverse sostanze. Le due fasi della performance sono chiaramente evocate nel titolo: "padre-madre".

 

Domenica 9 dicembre, dalle ore 18:00, Andrea Grotto proporrà una performance nel corso della quale costruirà un complesso spazio che, nel suo assumere forma, lo isolerà dagli spettatori e dallo spazio circostante. 
Luce all'interno e buio all'esterno, bianco all'interno e nero all'esterno, come a ribadire ulteriormente i perimetri di ciò che solo riuscendo a definirsi chiaramente può qualificarsi e qualificare. 
La stube, a cui il titolo di questa performance rimanda, è una stanza di legno costruita al fine di avere la minor dispersione possibile di calore, al punto che la stufa che riscalda l'ambiente viene alimentata dall'esterno. Definire chiaramente il perimetro, chiudere ogni varco, isolare, significa sopravvivere alle condizioni ambientali, creando armonia tra interno ed esterno, tra corpo e mondo. Un corpo che si espande modificando il mondo, pulsando nella sua forma simbolica, ridefinendo l'idea di ambiente proprio dichiarando, di volta in volta, i confini del soggetto e dell'oggetto. Confini che, in stube di Grotto, divengono concreti nelle linee di luce che disegnano le geometrie prodotte dall'isolamento. Un isolamento che assume forma identitaria, ecologica nel suo senso più vero; dove si sfida il fuoco perimetrandolo all'interno di una stanza di legno; dove le fessure di luce, che inducono a guardare all'interno, ci propongono un'alterità necessaria alla stessa esistenza.

 

Giovedì 13 dicembre, dalle ore 18, Francesca Piovesan, in linea con l'approccio laboratoriale e di ricerca che ha guidato la presenza dell'Accademia di Venezia alla 1st VENICE INTERNATIONAL PERFORMANCE ART WEEK, ha scelto di trasferire, per il breve tempo di una performance, il suo abituale spazio di lavoro nella sala C12 di Palazzo Bembo. La macchina fotografica, gestita dalla giovane artista friulana per mezzo di un telecomando, è l'abituale compagna di ogni fase della produzione di questa autrice, e anche qui l'accompagnerà nel processo che la vedrà trasferire dei segni da una stoffa ad un'altra stoffa, esclusivamente per mezzo del suo corpo e della sua pelle. 
Il passaggio da un luogo di lavoro sicuro e intimo a uno pubblico, il passaggio di un segno da una superficie ad una seconda superficie: quel che emerge con forza da questo parallelismo è l'impossibilità di compiere il "passaggio al di là" in modo definitivo. Ogni passaggio, ognitrasferimento, consegna il trasferito ad un diverso contesto, mutandolo. Francesca sembra proporre l'esistenza stessa, in questo processo-opera che volutamente non conclude, come un trans-ferre che non trova mai uno stabile "di là", uno stabile luogo di partenza. Il corpo dell'artista, dunque, tenta di prodursi come mezzo e via, e quindi come solo luogo concreto, che il trasferito abita nel suo trasferirsi. Forse le cose che vanno non stanno mai realmente in nessun luogo: a meno di non intendere  come luogo il loro stesso andare e il corpo come luogo, come paesaggio.

 

Venerdì 14 dicembre, dalle ore 18, Anita Ferro Milone proporrà una performance nel corso della quale cucirà se stessa all'interno dei propri abiti, fino a limitare al minimo qualsiasi movimento, rendendo dunque impossibile continuare l'azione stessa. 
Sabbie mobili, questo il titolo della performance, riflette sul processo entropico che accompagna il fare in un sistema non in relazione. Ogni punto cucito limiterà progressivamente la possibilità di proseguire il proprio compito, fino a giungere all'immobilità. 

 

Sabato 15 dicembre, dalle ore 18, Gianluca Giusto,  con la collaborazione di Elisa Sartori, presenta una performance dal titolo Castrazione. Una grande membrana, che si disegna in una forma fallica, si deforma lasciando intravedere, di volta in volta, oggetti che il performer recide dalla struttura tagliando il lattice di cui è composta.
La castrazione rimanda al taglio degli organi della riproduzione, all'interruzione violenta di una continuità che collega ciò che è stato a ciò che sarà attraverso l'essere vivente che, appunto, riceve e a sua volta consegna. Un taglio, quello della castrazione, che separa il soggetto evirato da una storia comune e dal suo possibile sviluppo, spegnendo di fatto entrambi entro i margini di un vissuto individuale. Castrare è quindi l'esercizio del controllo sui possibili sviluppi di un patrimonio di possibilità trasmissibili, interrompendone volontariamente la consegna. 
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